Archivio per la categoria 'Leggende Metropolitane'
Ecco qui una piccola raccolta (per ora davveeero pochi) di temi ingegnosi che ragazzi e ragazze DICONO di aver presentato!
Tengo a ribadire, e’ una leggenda metropolitana! ![]()
I) Perché?
Un professore di filosofia assegna ai suoi studenti un tema di una sola parola: “Perché?”. E in seguito attribuisce il massimo dei voti solo allo studente che sul foglio aveva risposto semplicemente: “Perché no?”.

La storia parla di persone finite all’ospedale dopo aver mangiato del pane, mentre vomitano sangue e presentano tagli nella bocca e tra le gengive. Tali persone in alcuni casi decedono, in altri si salvano miracolosamente dopo una provvidenziale lavanda gastrica. Dopo accurate indagini, la polizia risale a due-tre panifici (in alcune versioni il pane è stato acquistato al supermercato) che vengono posti sotto sequestro dai NAS.
Alla fine si scopre che è in giro un misterioso pazzo che getterebbe nelle impastatrici delle lamette sminuzzate, ma tale inafferrabile individuo risulta invisibile agli ignari panettieri, che si accorgono dei devastanti risultati solo quando è troppo tardi. Altre volte le lamette sarebbero nascoste nella farina.
Si tratta insomma della più classica delle leggende sulla alterazione di prodotti alimentari, tanto diffuse nel nostro paese, fondate sulla scarsa fiducia posta dal pubblico italiano nei confronti dei commercianti.
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“Alcune ragazze erano andate a dormire in casa di un’amica durante un’assenza dei suoi genitori. Dopo avere spento le luci, cominciarono a parlare della recente sepoltura di un vecchio nel cimitero poco lontano. Si diceva che l’uomo fosse stato sepolto vivo e che qualcuno lo avesse sentito raspare nel tentativo di uscire. Una ragazza rise della storia, così le altre la sfidarono a uscire e andare sulla tomba di quell’uomo. Per provare di essere davvero andata, avrebbe dovuto piantare un paletto nella terra sopra la tomba. Mandarono così fuori l’amica e spensero le luci, aspettandosi di rivederla pochi minuti dopo. Ma trascorse un’ora e, poi un’altra, senza che ci fosse alcun segno della ragazza. Le altre restarono sveglie, sempre più terrorizzate a mano a mano che passava il tempo. Giunse il mattino, e la loro amica ancora non era tornata. Più tardi, i genitori arrivarono a casa, e tutti insieme andarono al cimitero. Trovarono la ragazza stesa sulla tomba – morta. Quando si era chinata per piantare il paletto di legno nel terreno, lo aveva inavvertitamente conficcato anche nell’orlo della sua gonna. Quando aveva cercato di rialzarsi in piedi, e non ci era riuscita, aveva pensato che il morto l’avesse afferrata – ed era morta all’istante di paura”.
Variazioni sul tema di base di questa leggenda si registrano sin dal Medioevo in Europa e da lì sono migrate in gran parte del mondo. È una di quelle storie a cui nessuno crede davvero – è mai possibile che qualcuno muoia di paura? Ma la storia nonostante tutto continua a circolare. In alcune versioni, un soldato scommette che trascorrerà una notte intera al cimitero ma muore di paura dopo aver trafitto con la spada il suo lungo mantello. In altre, un ubriaco fa passare la lama del proprio coltello attraverso l’orlo del cappotto.

La leggenda del cane nel forno a microonde, è in effetti una leggenda dalla tonalità macabra (sempre di morte si parla), ma tutto sommato è una storia divertente, raccontata quasi come barzelletta, e si inserisce in un filone di altre leggende che hanno tutte un tratto in comune, ovvero l’esplosione di animali.
La storia riguarda un’anziana signora cui viene regalato un forno a microonde: la donna decide di lavare il suo cane e per asciugarlo, lo mette nel forno.
Storie come queste nascono come incomprensioni rispetto alle nuove tecnologie. Ecco quindi l’accostamento tra una signora anziana e un forno a microonde nuovo, moderno. Secondo lo stereotipo della persona anziana, questa non riesce a comprendere e ad adattarsi alle nuove tecnologie. È da questa idea di fondo che nascono leggende di questo tipo.
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“Una turista americana a Città del Messico con suo marito, lo sta aspettando all’angolo di una strada. “Ci vuole seguire, signora?” I due agenti non hanno dubbi, si tratta di una prostituta. La signora purtroppo non ha con sé i documenti che ha lasciato all’albergo e le difficoltà con la lingua non fanno che ingigantire l’equivoco. Janet viene caricata suo malgrado sulla macchina della polizia e condotta al commissariato. Passa qualche ora e il marito di Janet, non poco preoccupato, la ritrova finalmente negli uffici della polizia e chiarisce l’equivoco ottenendo le scuse del commissario. Il poliziotto, tuttavia, fa notare al suo superiore che un rapporto denuncia è una denuncia a tutti gli effetti e che come tale deve fare il suo corso. Il commissario consiglia quindi alla coppia di recarsi il mattino dopo presso il tribunale e risolvere la faccenda, se vogliono evitare l’inevitabile processo con quel che segue. Il mattino dopo il giudice è chiarissimo: il costo del procedimento di annullamento della denuncia del poliziotto è dieci volte quello dell’acquisto di una licenza per esercitare il mestiere di prostituta: se la signora decidesse di ottenere la licenza oggi stesso, la denuncia decadrebbe automaticamente senza ulteriori spese. Pragmaticamente, l’americana sceglie la seconda soluzione. Prostituta patentata!”
Stavolta ritorna in gioco, come abbiamo già visto ne il cagnolino messicano, la paura verso l’esotico, il lontano, il diverso. Ecco che una distinta signora americana viene scambiata per prostituta in un paese diverso, lontano. Entra qui l’idea della relatività, delle differenze culturali, stavolta in chiave comica e divertente. La leggenda potrebbe essere vista, a mio parere, come un monito ad informarsi, quando si viaggia, sulle abitudini e sui costumi del paese che andiamo a visitare, sia per semplificare la nostra vacanza, ma anche per non cadere in imbarazzanti situazioni!
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